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La cisterna romana di via Cristoforo Colombo

Il conflitto tra modernità ed antichità, che caratterizza in modo particolare la città di Roma per via dell’eccezionalità delle sue vicende storiche, si fa più evidente nei quartieri sviluppatisi a meridione del nucleo urbano centrale compreso nelle Mura Aureliane (270-273 d.C.). Qui gli sbancamenti voluti da Marcello Piacentini per la realizzazione dell’Esposizione Universale di Roma (E.U.R.), pianificata per l’anno 1942 e mai svoltasi a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, produssero alterazioni profonde nel paesaggio di questa porzione del suburbio, che si era mantenuto fino ad allora inalterato malgrado le innumerevoli vicissitudini che lo avevano visto protagonista nel corso dei secoli. Con il termine “suburbio” gli studiosi delle antichità definiscono quella fascia di territorio, estesa alcune miglia, che circondava la città di Roma, venendo a costituire di fatto una cintura intermedia tra l’area abitativa e la campagna vera e propria, con caratteristiche proprie che possiamo così riassumere: presenza di un sistema viario estremamente ramificato, che individuava i propri cardini nei tracciati delle vie consolari, disposte a raggiera attorno al nucleo urbano e collegate tra loro da un’infinità di percorsi secondari trasversali; presenza di una moltitudine di edifici sepolcrali eretti, com’era consuetudine, lungo i margini di tali strade; presenza di una fitta rete di cascine, santuari agresti e piccoli borghi (pagi) che davano al paesaggio l’aspetto di una campagna fortemente urbanizzata ovvero, nella prospettiva opposta, di una periferia cittadina frammista ad ampie aree destinate a colture, al pascolo oppure ricoperte da vegetazione spontanea e da boschi; presenza diffusa di ville patrizie, solitamente poste in posizioni panoramiche privilegiate, circondate da appezzamenti di media estensione, in parte sfruttati a fini agricoli ed in parte allestiti in forma di giardini lussureggianti, impreziositi da canali, laghetti, fontane, viali alberati, opere d’arte e persino da grandi voliere (aviaria) e recinti per animali rari ed esotici (viridaria).

Questo rendeva la residenza un locus amoenus, un ameno rifugio destinato agli svaghi e al relax (otia) dei nobiluomini romani, che si concretizzavano nei piaceri di un bagno nelle proprie piscine termali, di una passeggiata al riparo della calura estiva, di letture erudite e di brevi recitazioni teatrali tenute da attori professionisti in appositi padiglioni. Una residenza quanto più distante dai chiassosi vicoli cittadini ed allo stesso tempo sufficientemente vicina all'Urbe per poter essere raggiunta tramite un breve percorso a piedi.

In questo quadro si colloca la visita alla cisterna di via Cristoforo Colombo, che appare oggi come un rudere decontestualizzato, soffocato dal cemento della Roma contemporanea, e che l’Associazione Culturale Trasecoli, con il patrocinio di Zètema e del Comune di Roma, intende promuovere per restituire ai cittadini curiosi di conoscere la storia dei luoghi della propria quotidianità un’immagine quanto più completa del paesaggio antico. La cisterna circolare, di vaste dimensioni e dall’articolazione interna complessa, caratterizzata da una camera centrale attorno alla quale si dispongono due ampie camere concentriche intercomunicanti, era parte integrante di un fundus agricolo pertinente ad una villa di età imperiale, di cui si sono individuati i resti nella vicina altura circoscritta dalle vie Padre Semeria, A. Valignano, G. Massaia, attualmente oggetto di scavo da parte della Soprintendenza (gli scavi in corso sono visibili in via Padre Semeria, a circa 30m di distanza dalla cisterna). Funzionalmente la cisterna si configura come un ambiente di raccolta di acque sorgive, che sgorgavano nel punto sommitale della collina e che erano convogliate all’interno tramite un breve acquedotto privato di cui si individua il punto d’innesto nell’anello esterno dell’impianto idrico. Dalla cisterna le acque erano poi redistribuite all’intera proprietà per gli usi agricoli e per alimentare giochi d’acqua e canali che facevano da contorno ai padiglioni residenziali della villa, panoramicamente affacciata sulla sacra valle dell’Almone, fiumiciattolo oggi costretto in un percorso sotterraneo ma al tempo consacrato ai misteriosi culti in onore di Cibele, dea della natura selvaggia (il fiume scorreva dove è oggi la Circonvallazione Ostiense). L’ampiezza delle camere della cisterna, edificata agli inizi del II sec. d.C. (uso dell’opus mixtum nelle murature e bolli laterizi di quell’epoca) comunicante con l’esterno tramite un vestibolo munito di una rampa di scale e dotato di una camera di espansione aggiunta in epoca più tarda (IV sec. d.C., come dimostra la tecnica edilizia dell’opus vittatum mixtum, utilizzata per le murature), rende l’idea degli ingenti bisogni idrici che l’impianto doveva soddisfare, che difficilmente dovevano limitarsi alla semplice irrigazione dei terreni ma che, come si è detto, dovevano comprendere l’approvvigionamento idrico delle fontane, dei canali, dei ninfei e delle cascate che nobilitavano il fundus. Annesso alla cisterna è un edificio circolare originariamente semisotterraneo (come la cisterna stessa) di cui non si conosce allo stato attuale la funzione. Nel medioevo la cisterna costituì il sottoscala del soprastante casale e fu utilizzata come grotta per la conservazione del vino e forse dell’olio.

Andrea Carapellucci

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